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martedì 13 ottobre 2015

Spazio alle emozioni!

"Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi cosa gli passa per la testa? " 

Come iniziare? Che dire? beh, poche parole, un altro capolavoro è stato sfornato da quei geni della Pixar, travolgente, commovente e geniale, un vero capolavoro. 
Ok, è vero, io sono un grande fan dei film di animazione, il mio genere cinematografico preferito, ma erano anni che non si vedeva un'opera cosi ben realizzata, adatta a tutte le età e capace di far commuovere chiunque, Inside Out è un vero e proprio viaggio all'interno della nostra testa esplorando ogni emozione. 



C'è poco da dire, questo film ci conosce, conosce ognuno di noi e non c'è via di scampo, ti trasporta in un mondo fatto di colori, ricordi ed emozioni a cui tutti apparteniamo. 
La Pixar è tornata alla riscossa con un capolavoro alla pari di Toy Story, Ratatouille e Up, ­ ma mai come Il Re leone, che rimarrà il migliore per sempre ­ (piccolo pensiero personale, non posso farci niente).
Pieno zeppo di divertenti citazioni da Hitchcock a Polański ,veri e propri colpi di genio degni di nota e metafore profonde, Inside Out è senza dubbio uno dei migliori film degli ultimi anni e che dire, possiamo anche saltarla la selezione per l'Oscar al "Miglior film d'animazione", ha già vinto a mani basse e a dirla tutta ne meriterebbe anche qualcuno in più. 



Giungo alla conclusione con una piccola riflessione finale: sono capolavori come questo che spero facciano salire la reputazione dei film d'animazione e la portino alla pari degli altri come merita. Spesso si associa questa categoria ai bambini, la si considera solo per i più giovani commettendo un grave errore. 
Occorre grande talento e capacità per stupire visivamente, stiamo raggiungendo altissimi livelli dal punto grafico, e i dettagli, i colori e la scenografia ne rendono l'idea, se a questo aggiungiamo una trama profonda, coinvolgente e stupenda come quella di Inside Out non possiamo fare altro che chiamarlo capolavoro. 
Quindi basta vedere l'animazione solo come divertimento per bambini. 
Ringrazio Inside Out per avermi fatto emozionare e riflettere e per aver portato tutta l'età della sala allo stesso livello, bambini e ragazzi con i genitori al proprio fianco tutti in silenzio a scoprire e ridere di cosa frulla nella loro testa. Questo è cinema. 

(P.S. non dimentichiamoci di LAVA, uno splendido cortometraggio che narra un'amore bollente tra due vulcani ad aprire il film. non riuscirete a togliervi il motivetto dalla testa, io lo sto ancora canticchiando)



Jonathan




La cosa principale che un attore deve eseguire in un film è trasmettere le proprie emozioni e quelle del personaggio che interpreta al pubblico, far capire cosa sta provando e cosa vuole comunicare.
Ma se in questo caso gli attori fossero le emozioni stesse?
Quelli della Pixar ci vedono sempre lungo in fatto di idee: raccontiamo a tutti cosa passa per la testa di una ragazzina di 11 anni tramite le sue emozioni basilari. Ed ecco a voi Inside Out.

Quando uscì il primo trailer mesi fa, mi ero posto una sola domanda: "Ok, le emozioni in testa ad una bambina. Ma la trama? Come si dipanerà?". Ed è con questa curiosità che mi sono seduto una domenica pomeriggio in una sala gremita di bambini, ma anche di adulti.
Ed è tutto genialmente straordinario: vengono toccate tutte quelle cose che abbiamo ognuno di noi: i ricordi base sul quale poggia la nostra vita e il nostro carattere, la memoria a lungo termine, il subconscio, i pensieri astratti e l'oblio, dove inesorabilmente buona parte dei nostri ricordi finisce.
E poi loro, le emozioni base: Gioia, Paura, Tristezza, Disgusto e Rabbia. Rappresentati dal punto di vista visivo con elementi caratterizzanti, dal colore alla forma.
Ma a parte l'impatto visivo, quello che mi ha sorpreso è l'insieme del film: tematiche e dettagli molto difficili per un pubblico molto giovane.
Durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo, osservavo molti bambini presenti porre domande ai genitori su quanto visto sullo schermo: cos'è il subconscio? Perchè quelle cose sono crollate? Come mai quelle sfere svaniscono? E tante altre domande simili.
Noi adulti capiamo certe cose, ma i bambini? Esattamente come la protagonista del film: basa la sua vita innocente con i suoi ricordi base, è solo quando si potranno mischiare le varie emozioni che inizierà il suo percorso più adulto.
Pensiamo alla scena più complicata da spiegare ad un bambino: la struggente uscita di scena di Bing Bong. Un pensiero dell'infanzia che svanisce per sempre, decretando il passaggio nell'adolescenza.




E poi la rappresentazione di una delle emozioni più pericolose che spesso ci attanaglia: l'apatia. Con la mancanza di certi ricordi base, la nostra vita è piatta, e tende a diventare bianco e nero.

I creatori di sono stati capaci di raccontare cose complicatissime con una vena humor e in maniera semplicistica dal punto di vista visivo, anche se il target principale (i bambini) difficilmente coglierà alcuni elementi.

Un piccolo pensiero divertente: quando uscì il trailer di Inside Out, non ho potuto non pensare come, ancora una volta, i Simpsons siano stati profetici: https://www.youtube.com/watch?v=toeZD7pzUyQ

E sì, Lava mi è piaciuto, da matti!



Cinebrusinante





VALUTESCION(S)

Inside Out (2015)
di Pete Docter
con Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura, Disgusto


JONATHAN'S VALUTESCION

Scena Top: scoprire cosa succede nella testa dei gatti durante i titoli di coda

Voto 5/5: lo ripeterò all'infinito, un Capolavoro che durerà negli anni

  

CINEBRUSINANTE'S VALUTESCION

Scena Top: il sacrificio di Bing Bong

voto 5/5: rappresentare il lato nascosto di ognuno, con successo

mercoledì 11 marzo 2015

L'ignoranza salverà il mondo



Ne siamo consapevoli ormai.
Siamo totalmente circondati.
Supereroi e cinecomics ovunque.


E' vero, è un genere sempre divertente, una goduria per i nostri occhi affamati di CGI e per il nostro lato oscuro da Nerd. Spesso sono dei film davvero ben fatti, altre volte sono delle boiate pazzesche, però il nostro mito dei fumetti portato sul grande schermo è sempre un bel vedere.
Ma è così per tutti?

Prendiamo il caso di Riggan Thomson: una carriera brillante, tre film di successo strepitoso con il personaggio di Birdman, un sacco di soldi guadagnati. Una volta.
Ed ora?
Eccolo a trascinarsi dietro la maledizione del suo personaggio, a sentire la sua voce ricordargli quale fallimento egli è diventato e a dirgli cosa diavolo vuole tentare con una piece teatrale.

Il teatro.
Quante volte ci siamo domandati "Ehi, ma che fine ha fatto quell'attore?". Vai a spulciare tra i siti di cinema e controlli la sua filmografia, e a parte qualche particina in squallidi titoli da film destinati ad una sala vuota in pieno agosto, non c'è altro. Trovi solo che "si è dato con successo al teatro". Un ritorno arcaico ai propri inizi di carriera? Può darsi. Ma per la maggior parte delle volte è un semplice ripiego, poichè il cinema ormai ti ha dimenticato.

Alejandro González Iñárritu ci narra proprio questo aspetto di ogni attore che il pubblico non pensa mai: l'essere legati ad un proprio successo facendolo diventare una maledizione.
E chi se non Michael Keaton poteva impersonare il povero Riggan Thomson? L'attore che ci ha fatto divertire nei primi anni '90 con i primi film riguardanti Batman, sotto la regia di Tim Burton, in un tempo in cui la parola Cinecomic era ancora sconosciuta.
Ma fatto quello, poi il silenzio e il nulla. Che fina ha fatto Keaton? Non si sa, ma eccolo risorgere con Birdman. Un film che rispecchia la sua situazione reale.

Il film è altamente interessante, soprattutto perchè racchiude tutta la vicenda utilizzando due tra le arti espressive di maggior impatto: il cinema e il teatro. Ma non solo perchè il cinema racconta una vicenda vissuta durante la preparazione di un'opera teatrale, ma perchè ci fa vedere il dietro le quinte di entrambe le cose: la vita al di fuori del palcoscenico, con le scaramucce tra gli attori, i tecnici, i camerini, gli addetti ai lavori, le parti burocratiche, ma al contempo scopriamo il passato cinematografico del protagonista, il suo tormento interiore, le sue visioni, il prezzo che ha pagato per le sue scelte nella vita lavorativa e privata.
E con quale astuzia ci narra tutto questo il nostro Alejandro? Con il piano sequenza.

Che cos'è il teatro se non un piano sequenza? E che cos'è la vita stessa se non un piano sequenza enorme? E allora ecco la genialata: tutto il film, quindi il cinema, in piano sequenza.



Seguiamo tutta la storia senza prendere un momento di fiato, ci immedesimiamo nel protagonista, ma sentiamo vicini anche gli altri. Scopriamo e riscopriamo alcuni attori in ruoli particolari, dal Galifianakis manager e non da una notte da leoni, alla Stone tossicomane invece che nei panni della Stacy di Spiderman, così come anche un Norton che ci farà apprezzare e odiare nel contempo il suo personaggio.

Molta gente uscendo dal cinema ha detto "ma cosa cavolo ho visto?". Vero, potrebbe sembrare strano, ma la trama è lineare, i dialoghi sono taglienti e arrivano subito al sodo, e i momenti (essendo un piano sequenza non si possono definire "scene", poichè è tutta un'unica scena) sono un continuo balzare dalla risata amara alla commozione, dal momento di demenzialità all'essere sulla punta del sedile dalla suspance.

Insomma, un film che va visto e probabilmente rivisto altre volte, soprattutto per la modernità del suo significato: tornare al centro dell'attenzione con azioni ignorantissime. Se poi sono diffuse tramite social network e il web ancora meglio.
Perchè nel bene o nel male, l'ignoranza ci perseguita.


Cinebrusinante




VALUTESCION
Birdman (2014)
di
Alejandro González Iñárritu
con Michael Keaton, Edward Norton

Scena Top: Riggan rimane chiuso fuori dal teatro in mutande

Voto 5/5: una visione amara del successo, con uno stile narrativo altamente originale

lunedì 12 gennaio 2015

BAH A LA LA LA!


C'è sempre stata una tradizione indissolubile nella vita di ogni persona da almeno vent'anni a questa parte: il classico d'animazione Disney al cinema a Natale.
Ovviamente, cambiano i tempi e cambiano, di conseguenza, gli stili. Se prima eravamo affascinati dai tratti a mano di una Carica dei 101, o dagli scenari incredibili del Re Leone o dalle musiche intense de Il Gobbo di Notre Dame, ora siamo circondati dai disegni moderni, dalle idee dinamiche e dalle gag sagaci dell'era del digitale. E Big Hero 6 rende un altro Natale degno di questo nome.

Prima volta che il nome Disney si unisce al nome Marvel, dato che ormai per questioni legali e quant'altro è divenuto un tutt'uno, andando a pescare forse una serie di fumetti tra i meno conosciuti nel nostro territorio.
La storia è interessante: nella città di San Fransokyo, una metropoli mista tra tradizione ed innovazione, vive Hiro Hamada, quattordicenne con incredibili dote di inventiva. Suo fratello Tadashi lo inviterà a tentare di entrare nell'Istituto Tecnologico che frequenta, convincendolo presentandogli la sua invenzione: Baymax, un robot capace di analizzare e aiutare a livello medico chi ha bisogno.
Le vicende che avvengono durante il film rafforzeranno il rapporto di amicizia tra Hiro e Baymax, creando un legame incredibile.

Non è la prima volta che troviamo un robot in un film d'animazione sotto il nome Disney; diversi anni fa siamo rimasti affascinati e commossi nel seguire le vicende del piccolo Wall-E, robottino innamorato e attento ad avere cura degli altri.
Con Baymax siamo arrivati ad un livello superiore: a differenza di Wall-E non vive di istinti propri, anzi, segue un determinato protocollo datogli dal suo creatore. Con quello si avvicinerà al mondo di Hero e alle situazioni che lo circonderanno, ma sempre mantenendo il suo comportamento strettamente "robotico".
Segue i comandi alla lettera, si attiva in un certo modo ed esegue la sua scaletta programmata. Però, ha un qualcosa in più che lo rende davvero speciale.

Mentre ero in posizione da pezzo di Tetris bastardo (quello maledetto che non sai mai come posizionarlo), poichè nella piccola sala ho trovato posto solo in prima fila, circondato da una banda di esseri bassi fortunatamente silenziosi ed attenti, ragionavo su come i cartoni animati Disney abbiano avuto delle evoluzioni a livello narrativo.
E tra un blocco del collo e un attacco di sciatalgia, ecco la scena rivelazione di questo mio pensiero: Baymax vede il letto vuoto di Tadashi e lo nomina più volte. Hero gli dice che non c'è più, che non tornerà perchè è morto. E la grandiosità della delicatezza Disney arriva: Baymax descrive a Hero cosa potrebbe fare per superare il lutto, abbracciandolo.



Certi argomenti sono sempre stati considerati tabù nel campo dell'animazione, ma la Disney ha sempre fatto il salto di qualità: nel Re Leone abbiamo assistito alla morte non celata di un personaggio, in Up abbiamo colto la fragilità della vita, e i problemi che possono esserci in una gravidanza. In Big Hero 6 ci spiegano come gli amici possano esserci di vero aiuto per affrontare un dolore grande come la perdita di un caro, come anche un semplice abbraccio o parole di conforto possano essere davvero importanti.

Insomma, nuovamente abbiamo un gioiello da aggiungere al grande elenco dei lungometraggi Disney, ed un altro personaggio che immancabilmente diventerà un cult.

La mia grande capacità nell'essere puntuale presenta questo post ad anno nuovo già iniziato, mentre doveva essere pubblicato negli ultimi giorni del 2014. Cosa ci aspetta in questo 2015? Ma sicuramente tanto cinema, e tanta libertà di espressione artistica, ora più che mai (dico questo come mio pensiero personale sempre esposto, ma ora ancora più marcato in seguito ai fatti avvenuti a Parigi. Anche il vostro Cinebrusinante si unisce al grande coro di indignazione e di difesa per la libertà, je suis Charlie!).

A presto per un nuovo post. E spero con una nuova schiena...


Cinebrusinante





VALUTESCION
Big Hero 6 (2014)
di Don Hall e Chris Williams
con Ryan Potter, Scott Adsit

Scena Top: Hiro e Baymax scoprono il "cattivo" nel capannone abbandonato.

Voto 5/5: l'idea e i personaggi convincenti rendono questo film un capolavoro nel suo genere.

venerdì 25 aprile 2014

Un cast a 5 stelle!

“Ogni volta che Wes fa un film, c’è un intero mondo, un universo completo da creare insieme ad esso" (Jeremy Dawson)


Ehm, Ehm... iniziamo: The Grand Budapest Hotel è una commedia con tratti demenziali, scenografia e ambientazione meravigliosa e con un cast composto da Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Owen Wilson, Tom Wilkinson... ( e ne ho citati solo alcuni ).
Ovviamente un buon cast non implica per forza un buon film, ma questa pellicola, oltre agli attori che ne hanno preso parte, è l'insieme di tanti fattori positivi che la portano ad essere unica e da non sottovalutare! 
Questo film è un mix brillante di genialità e comicità, una commedia vecchio stile che richiama gli anni '80/'90 in molti suoi punti, raccontata in modo unico e particolare e realizzato in maniera favolosa anche grazie ai grandi nomi che ci sono all'interno.
Un'interpretazione fantastica e sorprendente da parte di Lord Voldemort... Ehm... di Ralph Fiennes che interpreta Monsieur Gustave, il concierge/direttore del nostro amato albergo nonchè il protagonista di questa storia.
Ottimo lavoro di scenografia che, insieme all'ambientazione, ti trasportano nel folle mondo dell'immaginaria Zubrowka.


Parecchio sottovalutato a mio parere, questo film merita più attenzione, ma si sa come funziona qui da noi, tra le commedie si dà spazio solo agli oramai squallidissimi cinepanettoni.
Ma chiusa questa breve parentesi di lamentela giungo al termine dicendo che The Grand Budapest Hotel è intrattenimento puro per 100 minuti, intelligente e cosparso di ottimi attori anche in piccolissime parti ( molte volte un sorriso vi scapperà solo per le vesti buffe interpretate da famigerati attori) e questo rende tutto ancora più simpatico!
Insomma, se amate le commedie intricate, demenziali al punto giusto e di intrattenimento, non sprecherete il vostro tempo guardando The Grand Budapest Hotel.

Jonathan



VALUTESCION
The Grand Budapest Hotel (2014)
di Wes Anderson
con Ralph Fiennes, Bill Murray

Scena Top: "Vedete, ci sono ancora deboli barlumi di civiltà lasciati in questo mattatoio barbaro che una volta era conosciuto come umanità. Infatti è quello che abbiamo a disposizione nel nostro modesto, umile, insignificante... Oh, Fanculo" M. Gustave

Voto 5/5: una commedia odierna, ma un tuffo nel passato



mercoledì 12 febbraio 2014

The Wolf of Wall Street - In tre è meglio

Date a Michelangelo un blocco di marmo e vi tirerà fuori la Pietà.
Date a Van Gogh una tela e vi dipingerà una Notte Stellata.
Date a Scorsese il buon DiCaprio e vi darà The Wolf of Wall Street.

Era dai tempi di Quei bravi ragazzi che non si vedeva così tanta cocaina, denaro e tette. E per tutte e tre le cose noi pubblico gliene siamo grati (i maschietti soprattutto per le tette).
Cosa rende affascinante e trascinante questo film, a parte le tette? Prima di tutto il fatto che Leonardo DiCaprio, che Dio lo benedica, è al top delle sue capacità recitative, ha superato tutte le sue precedenti interpretazioni che hanno costellato la sua carriera. E questa sua bravura porta lo spettatore a rimanere ammaliato dal suo personaggio, quel Jordan Belfort che ha fregato il sistema e l'economia degli anni '80 per diventare multimiliardario illegalmente. E' un antieroe, vero, ma tifi comunque per lui, anche se lo prederesti a schiaffi.
Seconda cosa che rende questo film una goduria è il dubbio che assale il pubblico durante la visione: ma lo sceneggiatore è Tarantino? I dialoghi senza senso, o riguardanti futili argomenti, le scene surreali, a volte drammatiche, ma che ti fanno sganasciare ricordano il tocco tarantiniano. E quando il protagonista sfonda la quarta parete per parlare direttamente al pubblico fa molto Woody Allen. Ma è Scorsese, uno Scorsese inedito.
E poi il film ti aiuta un pochino a pensare perchè oggi siamo in queste condizioni economiche. Quanti Jordan Belfort hanno minato le borse mondiali? Quanti ce ne sono ancora adesso? Soldi a palate, case lussuosissime, yacht giganteschi (e vedere quello yacht a Portofino, me che son ligure, ti si apre davvero il cuore. Per Portofino, non per lo yacht...), stragnocche da ogni dove. Ma quanti li hanno guadagnati onestamente? Forse è meglio non sapere la risposta.
Meglio assistere questo film, rimanere divertiti e colpiti dalla genialità di Scorsese. Una fra le tante? Il vero Belfort che presenta il finto Belfort. Ed è subito cinema.

Cinebrusinante



Impariamo tutti a vendere penne.

Toni caricaturali e ironici ma anche un umorismo nero a tratti.
Questo è in sintesi The Wolf of Wall Street. Film del 2013, per la regia di Martin Scorsese, uscito nelle nostre sale il 23 gennaio.
A tratti sorprendente, diverso dal solito Scorsese. Quasi una provocazione per tutti quelli che lo hanno criticato e non lo ritenevano più in grado di stupire.
Ci troviamo a cavallo degli anni 80-90. Il giovane Jordan Belfort (interpretato da DiCaprio) è un broker alle prime armi, che vuole farsi strada nel mondo della finanza e tentare la scalata al successo. Per fare ciò si “affida” a Mark Hanna (interpretato alla grande da Matthew McConaughey), capo di una compagnia di successo, che gli farà da mentore. La scena in cui i due pranzano assieme è semplicemente esilarante, quasi tarantiniana nei suoi dialoghi assurdi e fuori di testa: per dire, si passa dalla cocaina all’importanza di masturbarsi.
Quando tutto sembra andare per il verso giusto, Jordan si ritrova “appiedato” a causa del collasso di Wall Street. Senza però rinunciare, decide di fondare un’agenzia di brokeraggio, la Stratton Oakmont, che ben presto gli assicura successo e fama. Da qui in poi si viene risucchiati in un vortice di eccessi, tra droga, sesso e nani usati come bersagli umani, in una spirale di follia che non sembra mai avere una fine.
Grazie a un DiCaprio e uno Scorsese nel pieno della forma, The Wolf of Wall Street riesce, secondo me, nell’intento di essere un film godibile e divertente nelle sue 3 ore di durata, mai pesanti, probabilmente diventando il miglior film del regista dai tempi di Quei bravi ragazzi.
Riguardo la regia, siamo davanti a una tecnica volutamente eccessiva e senza fronzoli, che bene rispecchia il periodo. Perché stavolta Scorsese non si concentra sull’inquadratura perfetta o su una bellezza stilistica ricercata, anzi. A volte quasi superficiale e senza un minimo di coerenza, non fa altro che sottolineare il degrado della società e l’importanza dei soldi, da cui ne derivano inevitabilmente donne e droga.
Per non parlare di DiCaprio: forse al top della sua carriera, con quello che potrebbe essere per ora il ruolo della sua vita. Dai movimenti delle mani, al modo di porsi alla cinepresa, Leo è al limite della perfezione.
The Wolf of Wall Street è geniale, strafottente e diretto. Come un pugno in piena faccia.
In poche parole, se volete vedere un film divertente, ma soprattutto un bel film, fatevi un favore. Andate a vederlo.


Francesco



23 nomination a premi cinematografici tra cui 5 all'Oscar e 2 ai Golden Globes.
Possiamo noi comuni mortali sederci e criticare quest'opera?
Certo, ma solo noi di Brusio in Sala...

"Risolvete i vostri problemi diventando ricchi." (J. Belfort)

Brillante, geniale, affascinante, tremendamente crudo, diretto ed efficace.
Non avrai un secondo per prendere un respiro, The Wolf of Wall Street ti prende e ti scaraventa violentemente nel suo mondo sin dal primo secondo di film, un mondo che non vorresti conoscere e che sicuramente disprezzi: droga, prostituzione e tanti, tantissimi soldi sporchi, ma non riuscirai a togliere gli occhi dallo schermo neanche un minuto. 
Sarà DiCaprio? Sarà la magia di Scorsese? O sarà quel fantastico lato duro e crudo ma sempre presente? 
Personalmente ho amato questa caratteristica, il film non ha mezzi termini, parte in quinta e tiene questo ritmo quasi fino alla fine, un primo tempo mozzafiato, passano 90 minuti e neanche te ne accorgi. Ciò che mi sorprende è che Martin Scorsese riesce a farti passare davanti agli occhi un argomento davvero pesante con una leggerezza incredibile,  ma forse più che al regista questo complimento sarebbe più appropriato per il protagonista: Leonardo DiCaprio. 
Un commento sul lavoro? La sua miglior prestazione. 
DiCaprio riesce a creare un personaggio che amerai alla follia, ti mostra la sua crescita, le sue debolezze e le sue doti, commetterà anche molti peccati capitali e infrangerà qualche comandamento, ma chi se ne frega! 
Dal lato comico al lato tragico riesce a toccare alti livelli di recitazione in ogni singola scena, un enorme contributo è anche quello di Jonah Hill, anche lui tra le candidature all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, ottima recitazione contornata dalla sua solita e fantastica comicità.
L'unica pecca a mio parere è presente nell'ultima parte di film, rallenta il ritmo e cala la tensione: alcune scene potevano essere riviste meglio, un esempio è quello dello yacht che affonda, l'aereo che cade e del successivo squallido teatrino sull'Italia anni 80, ma non sarà di certo questo a cambiare il mio parere sul film. 
Forse è vero, si esagera a parlare di capolavoro, ma è anche vero che in questo periodo non esistono film all'altezza di The Wolf of Wall Street. Ovviamente non bisogna vederlo aspettandosi il miglior film dell'anno nè prenderlo con troppa leggerezza,  alla fine ognuno darà il proprio giudizio e avrà il suo parere, ma sono sicuro che nessuno riuscirà, anche volendo, a disprezzare The Wolf of Wall Street.

Jonathan



VALUTESCION(S)

The Wolf of Wall Street (2013)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill

CINEBRUSINANTE'S VALUTESCION

Scena Top: il Lemmon, l'auto bianca, il filo del telefono, il gamberetto e Braccio di Ferro.

Voto 5/5: scordatevi la Wall Street narrata da Oliver Stone, stavolta la realtà nuda e cruda supera ogni fantasia.


FRANCESCO'S VALUTESCION

Scena Top: Mark spiega a Jordan l'importanza della masturbazione

Voto 5/5: la sensazione è quella che possa diventare il capolavoro di quest'epoca cinematografica


JONATHAN'S VALUTESCION

Scena Top: Brad finisce in galera e iniziano i primi guai seri per la società

Voto 5/5: non lo scorderai facilmente

lunedì 27 gennaio 2014

Le ultime parole famose!



No, il titolo non si basa su qualche barzelletta o vignetta da Settimana Enigmistica.
Il titolo si basa su questa frase, detta (si presume) da USA Today: "Un film destinato a fare il pieno di nomination Oscar".
Ecco, per farvi capire come sono stati leggermente gufi, vi basti pensare che stavolta in sala il numero degli spettatori era inversamente proporzionale al numero di nomination agli Oscar.

The Butler. E' corretto che non abbia avuto nessuna candidatura?
Per certe categorie sì, per altre assolutamente no. Beh, è una regola che potrebbe valere con qualsiasi film, però con questo la faccenda si complica davvero un po'.
Andiamo con ordine: innanzitutto vediamo come la storia è stata sviluppata. Abbiamo due protagonisti. Sì, avete letto bene, DUE protagonisti. Abbiamo due strade, parallele, assolutamente differenti tra loro, ma entrambe con la stessa direzione. Su una abbiamo Cecil Gaine, interpretato da un profondissimo Forest Whitaker, mite uomo nato tra i campi di cotone e cresciuto come cameriere personale dei Presidenti degli Stati Uniti d'America. dico "dei" perchè ne ha serviti ben sette, da Eisenhower a Reagan. La sua è una strada costeggiata da "Sissignore", vassoi d'argento, posate da lucidare e pugnalate al cuore, inflitte dal suo figlio maggiore.

Ed ecco qua la seconda strada con il secondo protagonista: Louis Gaine, interpretato da David Oyelowo, primogenito di Cecil, inizialmente insicuro, poi sempre più consapevole di dover stare dalla parte di coloro che possono cambiare il mondo dei neri. La sua strada ha i bordi assiepati di carceri, botte, insulti, coraggio e a volte pure di stupidità.



La cosa bella è che comunque entrambi lottano per quello di cui fanno parte, Cecil capisce la visione del mondo dai piani alti del potere, e farà la sua piccola rivoluzione per quasi trent'anni per dare valore al lavoro svolto dai neri presso la Casa Bianca.
Suo figlio vivrà i momenti più bui dell'America razzista, dalle segregazioni degli anni '50 agli attacchi del KKK negli anni '60. La marcia di Martin Luther King, le Black Panthers, la lotta per la liberazione di Mandela.

Il cast stellare (persino piccole parti sono interpretate da grandi nomi) narra al pubblico con dettaglio ciò che è stata la storia dei neri negli USA, una storia che molti ancora oggi dovrebbero conoscere. E' una storia poco trattata al cinema, e qua è spiegata davvero al meglio, è ciò che rende il film davvero degno di essere visto.
Ottime interpretazioni, una fra tutte la brava Oprah Winfrey, che torna sgargiante come ai tempi del Colore Viola, belle ambientazioni, musiche toccanti, ricostruzioni storiche accurate, trucco incredibile (un Alan Rickman che sembra la copia di Reagan).
Unica pecca, che m'ha portato diverse volte a prendere a pugni il sedile, il montaggio. Non tanto il montaggio per i salti temporali, quelli vanno bene, per carità. Intendo il montaggio basilare, il montaggio delle azioni. Esempio lampante: Cecil consegna una tazza di caffè a Nixon, vediamo che la posa sulla scrivania. Stacco, la mano di Cecil posa la tazza. ARGH! Errore da pivello! Sembra che certe scene le abbia montate il primo che veniva beccato nei corridoi degli Studios a non fare nulla.

Ma a parte quello, elogio al regista Lee Daniels, che aveva già incantato tutti con Precious. Qua dimostra di saper gestire così tanti attori supernavigati, e di saper narrare una storia bella, di esaltare un uomo umile in un mondo di pugni alzati.

Cinebrusinante


VALUTESCION
The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013)
di Lee Daniels
con Forest Whitaker, Oprah Winfrey
Scena Top: le scene incrociate tra la cena servita da Cecil e le proteste di Louis
Voto 5/5: le sviste tecniche sono ampliamente nascoste dalla grande narrazione. Una vera lezione di Storia.