venerdì 26 giugno 2015

Il Cinema va offline...



Mi serviva una spinta, una grossa spinta per tornare alle recensioni, e cosa meglio di un abominio come Unfriended?
Iniziamo:
Mi sono recato al cinema un po' per curiosità viste le premesse " Film più innovativo al Fantasia Fest ", " Non avete mai provato una paura come questa " ( Cit. Fangoria ), e un po' per passione verso il genere thriller-horror, sperando di vedere un film innovativo e rivoluzionario come citato da vari trailer.
Diciamo pure che però le mie aspettative non erano per nulla alte ma il film e riuscito comunque a deludere anche quelle...





Non voglio esagerare perchè non mi sembra giusto dare troppa importanza a questa pellicola, ma la prenderò come capro espiatorio verso tanti altri film. Unfriended è girato interamente in screencast e vede come protagonisti 6 ragazzi di cui sappiamo poco e niente più o meno per tutta la durata del film, si procede con una debole trama ormai trita e ritrita al mondo horror e con qualche colpo di scena ( se così si può chiamare ) qua e là, che ogni tanto richiama l'attenzione sullo schermo. Non sono solito fare spoiler nelle mie recensioni e sarà così anche stavolta, dato anche il fatto che non ci sia tanto da spoilerare, la trama è quel che è.





Cybernatural, questo il primissimo nome dato al film, sembra puntare principalmente ad un pubblico molto giovanile in modo semplice, un horror che contiene insieme Facebook, Skype, spiriti e qualche semi-nudità qua e là, cosa può chiedere di più un quindicenne (questa l'età media della sala) in cerca di avventura con amici? 
Arrivo ora al punto di chiusura:
è veramente un film come Unfriended il genere di pellicola che vuole rivoluzionare il mondo dell'Horror? prioprio no... il lato spaventoso di questo film è composto da qualche jump scares e qualche scena violenta ( se così si può chiamare ), pieno zeppo di cose che non verrano mai spiegate, pezzi trama scopiazzati da ogni dove, un finale prevedibile già dopo i primi 20 minuti di film e soprattutto lento, lento, lento, un countdown che parte da 50 secondi e che non porta da nessuna parte ai fini della trama NON CREA TENSIONE!
Avrei potuto continuare ma, come detto prima non voglio dare troppa importanza a questo film, spero solo che venga usato come trampolino di lancio verso chi vorrà sviluppare ancora ( e spero meglio) questa tecnica nuova al grande schermo. 




Jonathan





VALUTESCION
Unfriended (2015)
di Levan Grabiadze
con Shelley Hennig, Will Peltz, Heather Sossaman


Scena Top: lo spirito burlone su Spotify

Voto 1/5: la banalità sottoforma di noia

lunedì 4 maggio 2015

La rabbia e l'orgoglio



No, dal titolo non intendo parlare di Oriana Fallaci o della situazione politica e sociale globale.

Mi riferisco all'ultimo film che ho seguito al cinema, il tanto atteso Avengers: Age of Ultron.
Perchè per questo post un titolo tanto impegnativo per un film molto meno impegnativo?

Perchè è quello che ho percepito al termine della proiezione.
Ma andiamo con ordine.

A parte che mi sono sorpreso nel vedere così tanto pubblico alla seconda settimana di programmazione, non contando il fattore 1° maggio.
Un pubblico tendenzialmente giovane, come è logico che sia, ma neanche così tanto giovane a dir la verità; e fortunatamente neanche tanto chiassoso e popcornoso, a parte qualche applauso di massa stile atterraggio aereo.



Ero partito con l'idea di vedere un film di supereroi, nello specifico il seguito del primo Avengers. Diciamo che ho trovato anche quell'aspetto lì, ma in maniera diversa da come mi aspettavo.
Sono stati messi da parte un po' di cazzottoni e di coreografie spettacolari, esplosioni e computer graphic ad ogni angolo, anche se ben presenti, per far posto agli eroi. Non ai nostri soliti eroi del gruppo dei Vendicatori, ma quelli messi sempre un po' da parte, quelli che nelle locandine sono sempre in secondo piano.
Ed ecco i principali: Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco.

Notate bene come la fierezza di Thor e la spacconaggine di Iron Man sono molto carenti in questo film, anzi, ci si domanda se quel Tony Stark è effettivamente lo stesso della trilogia di Iron Man. Alcuni in sala speravano in qualche perla di saggezza della filosofia starkiana, ma è rimasto molto deluso. Abbiamo un Iron Man quasi assente, pacato, testardo come sempre ma non eccessivamente. Al contrario Thor pare sempre bevuto con battute di bassa lega.



Ma ecco i nostri tre veri protagonisti.
La rabbia in ognuno di loro. La rabbia di Hulk nel non poter avere una vita normale come tutti gli altri, la rabbia di Vedova Nera nel non poter vivere l'emozione della maternità, e la rabbia di Occhio di Falco, per il fatto che è consapevole di essere un po' il fanalino di coda del gruppo.
Ma in ognuno di loro c'è una forma di orgoglio.
Bruce Banner scopre di non essere tanto diverso da Natasha, entrambi vivono in una situazione di disagio e sono entrambi alla ricerca di qualcuno per avere sostegno nelle loro sofferenze. E Clint Barton offre sempre sè stesso per il bene della propria famiglia, egli compie quello che deve per il loro futuro.
Questi sono i veri eroi, non sono altro che uno specchio di ognuno di noi. Siamo afflitti da tante difficoltà, ogni tanto siamo premiati da successi, ma cerchiamo sempre di restare in piedi. Siamo eroi senza alcun potere, ma siamo Eroi Veri.

Per il resto il film è scorrevole, vengono ben definiti determinati concetti e i nuovi personaggi introdotti. Forse a livello di montaggio c'è un po' di "fretta", alcune scene di azione sono talmente veloci che quasi ci sfuggono. La sceneggiatura rende tutto più serioso, probabilmente per condurci nel terzo film dove ci sarà il tutto per tutto.
Ma rimaniamo comunque affascinati, trascinati dalla vicenda e appassionati dei nostri idoli.
Attendiamo quindi con trepidazione che tutto si compia, che ogni tassello torni al suo posto.
E personalmente, che facciano una miniatura della statua in marmo con tutti i personaggi visionabile durante i titoli di coda!


Cinebrusinante





VALUTESCION
Avengers: Age of Ultron (2015)
di Joss Whedon
con Robert Downey Jr., Scarlett Johansson


Scena top: lo scontro tra Iron Man e Hulk

Voto 3/5: film per rilassarsi, ma con alcune lacune tecniche

mercoledì 11 marzo 2015

L'ignoranza salverà il mondo



Ne siamo consapevoli ormai.
Siamo totalmente circondati.
Supereroi e cinecomics ovunque.


E' vero, è un genere sempre divertente, una goduria per i nostri occhi affamati di CGI e per il nostro lato oscuro da Nerd. Spesso sono dei film davvero ben fatti, altre volte sono delle boiate pazzesche, però il nostro mito dei fumetti portato sul grande schermo è sempre un bel vedere.
Ma è così per tutti?

Prendiamo il caso di Riggan Thomson: una carriera brillante, tre film di successo strepitoso con il personaggio di Birdman, un sacco di soldi guadagnati. Una volta.
Ed ora?
Eccolo a trascinarsi dietro la maledizione del suo personaggio, a sentire la sua voce ricordargli quale fallimento egli è diventato e a dirgli cosa diavolo vuole tentare con una piece teatrale.

Il teatro.
Quante volte ci siamo domandati "Ehi, ma che fine ha fatto quell'attore?". Vai a spulciare tra i siti di cinema e controlli la sua filmografia, e a parte qualche particina in squallidi titoli da film destinati ad una sala vuota in pieno agosto, non c'è altro. Trovi solo che "si è dato con successo al teatro". Un ritorno arcaico ai propri inizi di carriera? Può darsi. Ma per la maggior parte delle volte è un semplice ripiego, poichè il cinema ormai ti ha dimenticato.

Alejandro González Iñárritu ci narra proprio questo aspetto di ogni attore che il pubblico non pensa mai: l'essere legati ad un proprio successo facendolo diventare una maledizione.
E chi se non Michael Keaton poteva impersonare il povero Riggan Thomson? L'attore che ci ha fatto divertire nei primi anni '90 con i primi film riguardanti Batman, sotto la regia di Tim Burton, in un tempo in cui la parola Cinecomic era ancora sconosciuta.
Ma fatto quello, poi il silenzio e il nulla. Che fina ha fatto Keaton? Non si sa, ma eccolo risorgere con Birdman. Un film che rispecchia la sua situazione reale.

Il film è altamente interessante, soprattutto perchè racchiude tutta la vicenda utilizzando due tra le arti espressive di maggior impatto: il cinema e il teatro. Ma non solo perchè il cinema racconta una vicenda vissuta durante la preparazione di un'opera teatrale, ma perchè ci fa vedere il dietro le quinte di entrambe le cose: la vita al di fuori del palcoscenico, con le scaramucce tra gli attori, i tecnici, i camerini, gli addetti ai lavori, le parti burocratiche, ma al contempo scopriamo il passato cinematografico del protagonista, il suo tormento interiore, le sue visioni, il prezzo che ha pagato per le sue scelte nella vita lavorativa e privata.
E con quale astuzia ci narra tutto questo il nostro Alejandro? Con il piano sequenza.

Che cos'è il teatro se non un piano sequenza? E che cos'è la vita stessa se non un piano sequenza enorme? E allora ecco la genialata: tutto il film, quindi il cinema, in piano sequenza.



Seguiamo tutta la storia senza prendere un momento di fiato, ci immedesimiamo nel protagonista, ma sentiamo vicini anche gli altri. Scopriamo e riscopriamo alcuni attori in ruoli particolari, dal Galifianakis manager e non da una notte da leoni, alla Stone tossicomane invece che nei panni della Stacy di Spiderman, così come anche un Norton che ci farà apprezzare e odiare nel contempo il suo personaggio.

Molta gente uscendo dal cinema ha detto "ma cosa cavolo ho visto?". Vero, potrebbe sembrare strano, ma la trama è lineare, i dialoghi sono taglienti e arrivano subito al sodo, e i momenti (essendo un piano sequenza non si possono definire "scene", poichè è tutta un'unica scena) sono un continuo balzare dalla risata amara alla commozione, dal momento di demenzialità all'essere sulla punta del sedile dalla suspance.

Insomma, un film che va visto e probabilmente rivisto altre volte, soprattutto per la modernità del suo significato: tornare al centro dell'attenzione con azioni ignorantissime. Se poi sono diffuse tramite social network e il web ancora meglio.
Perchè nel bene o nel male, l'ignoranza ci perseguita.


Cinebrusinante




VALUTESCION
Birdman (2014)
di
Alejandro González Iñárritu
con Michael Keaton, Edward Norton

Scena Top: Riggan rimane chiuso fuori dal teatro in mutande

Voto 5/5: una visione amara del successo, con uno stile narrativo altamente originale

lunedì 12 gennaio 2015

BAH A LA LA LA!


C'è sempre stata una tradizione indissolubile nella vita di ogni persona da almeno vent'anni a questa parte: il classico d'animazione Disney al cinema a Natale.
Ovviamente, cambiano i tempi e cambiano, di conseguenza, gli stili. Se prima eravamo affascinati dai tratti a mano di una Carica dei 101, o dagli scenari incredibili del Re Leone o dalle musiche intense de Il Gobbo di Notre Dame, ora siamo circondati dai disegni moderni, dalle idee dinamiche e dalle gag sagaci dell'era del digitale. E Big Hero 6 rende un altro Natale degno di questo nome.

Prima volta che il nome Disney si unisce al nome Marvel, dato che ormai per questioni legali e quant'altro è divenuto un tutt'uno, andando a pescare forse una serie di fumetti tra i meno conosciuti nel nostro territorio.
La storia è interessante: nella città di San Fransokyo, una metropoli mista tra tradizione ed innovazione, vive Hiro Hamada, quattordicenne con incredibili dote di inventiva. Suo fratello Tadashi lo inviterà a tentare di entrare nell'Istituto Tecnologico che frequenta, convincendolo presentandogli la sua invenzione: Baymax, un robot capace di analizzare e aiutare a livello medico chi ha bisogno.
Le vicende che avvengono durante il film rafforzeranno il rapporto di amicizia tra Hiro e Baymax, creando un legame incredibile.

Non è la prima volta che troviamo un robot in un film d'animazione sotto il nome Disney; diversi anni fa siamo rimasti affascinati e commossi nel seguire le vicende del piccolo Wall-E, robottino innamorato e attento ad avere cura degli altri.
Con Baymax siamo arrivati ad un livello superiore: a differenza di Wall-E non vive di istinti propri, anzi, segue un determinato protocollo datogli dal suo creatore. Con quello si avvicinerà al mondo di Hero e alle situazioni che lo circonderanno, ma sempre mantenendo il suo comportamento strettamente "robotico".
Segue i comandi alla lettera, si attiva in un certo modo ed esegue la sua scaletta programmata. Però, ha un qualcosa in più che lo rende davvero speciale.

Mentre ero in posizione da pezzo di Tetris bastardo (quello maledetto che non sai mai come posizionarlo), poichè nella piccola sala ho trovato posto solo in prima fila, circondato da una banda di esseri bassi fortunatamente silenziosi ed attenti, ragionavo su come i cartoni animati Disney abbiano avuto delle evoluzioni a livello narrativo.
E tra un blocco del collo e un attacco di sciatalgia, ecco la scena rivelazione di questo mio pensiero: Baymax vede il letto vuoto di Tadashi e lo nomina più volte. Hero gli dice che non c'è più, che non tornerà perchè è morto. E la grandiosità della delicatezza Disney arriva: Baymax descrive a Hero cosa potrebbe fare per superare il lutto, abbracciandolo.



Certi argomenti sono sempre stati considerati tabù nel campo dell'animazione, ma la Disney ha sempre fatto il salto di qualità: nel Re Leone abbiamo assistito alla morte non celata di un personaggio, in Up abbiamo colto la fragilità della vita, e i problemi che possono esserci in una gravidanza. In Big Hero 6 ci spiegano come gli amici possano esserci di vero aiuto per affrontare un dolore grande come la perdita di un caro, come anche un semplice abbraccio o parole di conforto possano essere davvero importanti.

Insomma, nuovamente abbiamo un gioiello da aggiungere al grande elenco dei lungometraggi Disney, ed un altro personaggio che immancabilmente diventerà un cult.

La mia grande capacità nell'essere puntuale presenta questo post ad anno nuovo già iniziato, mentre doveva essere pubblicato negli ultimi giorni del 2014. Cosa ci aspetta in questo 2015? Ma sicuramente tanto cinema, e tanta libertà di espressione artistica, ora più che mai (dico questo come mio pensiero personale sempre esposto, ma ora ancora più marcato in seguito ai fatti avvenuti a Parigi. Anche il vostro Cinebrusinante si unisce al grande coro di indignazione e di difesa per la libertà, je suis Charlie!).

A presto per un nuovo post. E spero con una nuova schiena...


Cinebrusinante





VALUTESCION
Big Hero 6 (2014)
di Don Hall e Chris Williams
con Ryan Potter, Scott Adsit

Scena Top: Hiro e Baymax scoprono il "cattivo" nel capannone abbandonato.

Voto 5/5: l'idea e i personaggi convincenti rendono questo film un capolavoro nel suo genere.

lunedì 17 novembre 2014

E uscimmo a riveder le stelle...


2006
Steven Spielberg incontra un certo Jonathan Nolan, sceneggiatore, con una storia pronta tra le mani: un viaggio interstellare per salvare l'umanità. Il secondo nome che compare sulla sceneggiatura è di Kip Thorne, uno dei più importanti fisici contemporanei.
E così si inizia a lavorare su questo soggetto davvero intrigante. Ma con lo stop delle case di produzione cade tutto nel dimenticatoio.


2014
Nolan per Nolan. Il fratello che scrive collabora con il fratello che dirige. Ed è subito capolavoro.


La storia di Interstellar potrebbe quasi essere banale: la Terra sta morendo e l'unico modo per salvare l'umanità è trovare un altro pianeta vivibile. Semplice, no? Però condite il tutto con teorie scientifiche, spazio profondo, un futuro incerto ma forse non evitabile, leggi fisiche e scenari mozzafiato. Ed ecco che il film prende un'altra piega.
Già il tipo di futuro immaginato da Nolan fa riflettere: un anno non ben preciso, ma che ha portato i governi del mondo a convogliare le risorse economiche non nel campo militare, che non esiste più da decenni, ma nella fornitura di cibo. E le scuole sfornano agricoltori, non ingegneri.

Molti hanno fatto dei paragoni con 2001: Odissea nello spazio. Effettivamente Interstellar potrebbe essere il cugino, dato che ci sono tantissimi richiami e omaggi al gigante di Kubrick, basti pensare alla musica (in questo caso un Hans Zimmer non caciarone, ma inerente al soggetto del film) con gli accordi pieni di organo o le scale musicali stile Also Sprach Zarathustra di Strauss, i robot-guida che assomigliano tanto al Monolite Nero, il viaggio nel buco nero che assomiglia al viaggio nell'iperspazio di 2001, la stanza d'ospedale simile alla stanza bianca di Kubrick.



Ma a parte gli omaggi e i riferimenti, pensiamo a quello che ha realizzato Nolan.
Il cast è superbo, abbiamo un Matthew McConaughey intenso e molto convincente (e no, Nolan non l'ha scelto per l'Oscar, nè per True Detective, nè perchè DiCaprio o Bale erano impegnati. L'ha scelto dopo aver visto Mud), è l'uomo giusto al momento giusto.
La bella Anne Hathaway fa la parte della scienziata sicura di sè, anche se per tutto il film spesso ti fa pensare "che ci fa lei qua?", dato che tutto il lavoro sporco lo deve fare Matthew.
A sorpresa abbiamo un Matt Damon abbastanza cazzuto, anche se è ancora più cazzuta la Jessica Chastain nella parte della figlia del protagonista. Questa è una attrice che farà molta strada.
E poi due leggende: il sempre presente Michael Caine (qua che ricorda nella fisionomia a Thorne stesso), e Ellen Burstyn, che fa una brevissima ma commovente parte.


Come in The Prestige e in Inception, Nolan ci coglie impreparati nel finale dandoci il colpo di scena ad effetto, anche qua non si smentisce. Non lascia mai che determinati dettagli siano casuali, anzi, ce li spiega tutti alla fine, riportando tutto ad una logica perfetta. E nei dettagli tecnici è davvero un mito: finalmente, FINALMENTE, nello spazio non si sente niente!
Addio esplosioni alla Star Wars o suoni ovattati alla Gravity, nello spazio non c'è aria, quindi i suoni non si generano e non si propagano! Ed è subito ansia per lo spettatore, che vuole il suono, vuole i rumori, vuole che si senta qualcosa. Invece Nolan ci porta ad una sofferenza involontaria.


Ci sono un po' di buchi qua e là, e ci sono alcune parti un po' troppo affrettate (se io dovessi scoprire la sede segreta della NASA, dubito che dopo 10 minuti mi propongano di andare nello spazio...), però nel complesso va bene, anche perchè bisogna sempre ragionare che è un film e nulla più.

Ultime sensazioni provate in sala: il pubblico attento ed educato, vivaddio. Però la maggior parte ha vissuto il film un po' come me: con angoscia, commozione e riflessione.
La Teoria della Relatività narrata nel film fa capire che esseri piccoli che siamo, e come sono brevi le nostre vite. Torni a casa con un senso di "ma che belin ho fatto fin'ora della mia vita?". Sono emozioni che non si vive spesso dopo un film.

E forse è proprio per questo che questo film andrebbe visto, per capire quanto possiamo fare nella nostra vita, soprattutto per gli altri che per noi stessi.
D'altronde, è tutta una questione di gravità...

Cinebrusinante




VALUTESCION
Interstellar (2014)
di Christopher Nolan
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway

Scena Top: il ritorno sulla navicella dopo la prima spedizione. 23 anni dopo...

Voto 4/5: qualche lacuna qua e là, ma un godimento per gli occhi.

martedì 12 agosto 2014

Un pensiero infelice



Sicuramente anche a voi sarà capitato.
Possono esserci miglia di distanza a separarvi, magari vi capita di vedervi solo una volta l'anno, a qualche festa comandata o in maniera casuale. Sapete che se alzate il telefono o se chattate su Facebook egli è lì pronto a rispondervi.
Tutti abbiamo quell'amico che c'è sempre anche se non c'è.


Con Robin Williams c'era la stessa sensazione.
Non lo conosciamo di persona, non ci abbiamo mai preso un caffè assieme. Probabilmente egli non sapeva neanche della nostra presenza sul globo. Eppure, seguendo i suoi numerosi film, sapevi di avere un amico anche se non lo si incontrava mai.
Ci sono quelle rare situazioni in cui lo spettatore è talmente attratto dal carisma, dalla bravura, dall'interpretazione di certi attori che si ha un filo diretto con esso.
Robin Williams era questo.


Ci siamo cresciuti con lui, i più grandicelli hanno iniziato un percorso con Robin ai tempi di Mork & Mindy, il suo debutto sul piccolo schermo. Quell'alieno con quelle abitudini particolari e quel saluto ormai divenuto un cult ha fatto breccia nei suoi primi fan.
Al cinema approda invece nel 1980, con l'interpretazione del mitico Popeye.



E da lì ci ha regalato personaggi ed emozioni senza pari, e fatalmente in contrapposizione con la sua vita e, ahimè, con il suo tragico epilogo.
Con Adrian Cronauer ha sbeffeggiato la grande atrocità del conflitto vietnamita portando con i suoi comunicati radio un tocco di allegria, che c'è dell'altro oltre alla guerra.


Con il Prof. Keating ha smosso il torpore mentale di un gruppo di studenti, spingendoli a cogliere l'attimo e a guardare il mondo da un'altra prospettiva, fosse essa da un gruppo segreto di poeti maledetti, da un palcoscenico teatrale o da una cattedra.

Con Peter Banning è tornato bambino, ha riscoperto la semplicità delle cose senza essere avvolto dagli affanni della vita adulta. Un pensiero felice per volare, e capire che vivere può essere un'avventura straordinaria.


Con Daniel Hillard ha ritrovato il modo di stare con i suoi figli, anche a costo di indossare una parrucca, una gonna e un trucco facciale. Con il suo alter-ego, la tata Doubtfire, ha superato ogni ostacolo, giocando con ironia e non fermandosi di fronte a nulla.

Dopo questi capolavori, ecco arrivare a pellicole più adulte, con messaggi più profondi, e con il tanto agognato Premio Oscar vinto con Will Hunting, dove ritroviamo una sorta di Prof. Keating più adulto, più consapevole delle difficoltà della vita, alle prese con un genio sbruffone.
Ha profetizzato inconsapevolmente il suo destino con Al di là dei sogni, trascinandosi fino all'inferno per amore, mentre ha sbeffeggiato la morte con l'ironia di Patch Adams, dove una risata può far dimenticare il dolore.


Negli ultimi anni ha tentato di mostrare il suo lato drammatico, con pellicole come One Hour Photo e Insomnia, ritrovandosi poi a interpretare ruoli minori, uno tra gli ultimi il Theodore Roosevelt della serie Una notte al museo, di prossima uscita il terzo capitolo.
Sicuramente ora saremo più poveri di risate, di riflessioni, di commozioni. Rivedremo i suoi vecchi film con una punta di amarezza, ma con infinita gratitudine, per averci fatto crescere con serenità e divertimento.

Buon viaggio Robin, buon ritorno all'Isola Che Non C'è.



martedì 20 maggio 2014

La finta realtà

Non di solo cinema vive l'uomo, ma è anche vero che molte altre forme d'arte possono finire nel campo cinematografico.
Noi di Brusio in Sala non trattiamo solo dei film proiettati al cinema o quelli già prodotti da diversi anni, ci piace anche andare a trattare argomenti esterni, a toccare dettagli sì cinematografici, ma anche della letteratura, della musica, dell'arte e della fotografia.
E proprio con quella apriremo le danze.

 Quando scatto una foto c'è sempre questa sovrapposizione tra realtà e finzione

Molto spesso la bravura di un fotografo sta nel cogliere quell'istante preciso che narra una bren precisa sensazione. A volte ci vogliono ore, se non giorni, per avere lo scatto perfetto. E' l'istante che si fa catturare dal fotografo.
Per Gregory Crewdson non è così.

Crewdson, nato a Brooklyn nel '62, non aveva la fotografia nel sangue inizialmente, ma la musica. Da ragazzo faceva parte della band punk rock The Speedies, che raggiunse un certo successo con una canzone molto profetica per lui, ovvero Let me take your photo.
E la cotta per una ragazza appassionata di fotografia gli fece scoprire questo mondo. Ogni tanto l'amore compie dei prodigi!

Ed ecco il suo stile: Crewdson non mostra un istante immortalato dopo tanta ricerca ed attesa, ma ricrea quell'istante come vuole lui, a costo di alterare la realtà.
Precisiamo che dicendo "alterare la realtà" non si intende che giocherella con photoshop, si affida al green screen o  utilizza altri trucchetti di effetti speciali, bensì vuol dire che ricostruisce fedelmente, al momento di dover fotografare, la realtà che vuole lui.



In pratica, Crewdson mostra in un solo fotogramma quello che il cinema ci offre in 24 fotogrammi. Le sue fotografie sono pura arte, pura cura del dettaglio, sono una perfezione di luci, colori, posizioni, soggetti, azioni.
Crewdson è un po' il Kubrick della fotografia: il grande regista aveva una cura maniacale dell'inquadratura, se qualcosa andava storto modificava, spostava e reimpostava le cose come dovevano essere. Ad esempio, il suo capolavoro Barry Lyndon, ambientato nel 1700, richiama perfettamente l'atmosfera dell'epoca. Kubrick non utilizzava la luce artificiale in certe scene, ma la luce come era all'epoca, al lume di candela. E se la scena andava rifatta, toglieva le candele utilizzate e le sostituiva con delle nuove, così che nella sequenza montata non si notasse il cambio di lunghezza delle varie candele.
Così è Crewdson: sposta di pochi centimetri un'automobile, fa cambiare leggermente espressione ai soggetti ritratti, reimposta le macchine del fumo per avere lo scenario perfetto.
E di quel soggetto, scatta almeno 50 fotografie, per ritrovare in esse la perfezione. E avere dei capolavori come questi:





Se volete scoprire qualcosa in più sull'opera di Gregory Crewdson, guardatevi il documentario L'istante perfetto - il mondo di Gregory Crewdson, diretto da Ben Shapiro.